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Il binario morto Stampa E-mail

Da circa due anni stavo tra carri e vagoni, vicino al rifornitore della nafta, da dove sentivo in continuazione il trambusto dei motori delle locomotive diesel che si apprestavano al rifornimento.
Con guanti e tuta vedevo sempre un uomo aprire il bocchettone del serbatoio e poi lavare i vetri con un lungo spazzolone. Ogni tanto gettava uno sguardo verso di me, e come se preso da commiserazione, abbassava gli occhi e continuava il suo lavoro. Non sopportavo più quell’odore cosi acro e pungente; e speravo che una mano amica mi portasse insieme alle mie sorelle che vedevo più in là sotto ombrosi e silenziosi pini, da dove si ammirava il transito dei convogli.
Nella mia solitudine, spesso pensavo il giorno in cui fui relegata su quel binario morto.

Era dicembre di cinque anni fa, ed ero ancora in servizio, quando in un tardo pomeriggio fui chiamata a prestare soccorso ad una sorella molto più giovane di me che aveva fatto avaria. Gli uomini che mi dovevano condurre non li vidi tanto entusiasti, e li sentivo mormorare frasi di ostile fastidio perché ero vecchia e piena di acciacchi. Ma il maggior dolore fu la loro voglia di aggravare la mia situazione e agevolare la mia fine.. Ci riuscirono in parte. Alla fine ce la feci a portare a casa mia sorella minore.
Sembrava che tutto fosse finito, e che il giorno dopo sarebbe stato uno come tutti gli altri. Invece, in base al loro rapporto, fui presa dal binario di parcheggio e portata qui dove mi trovo, senza una visita o un controllo. La mia rabbia fu quando sentii che avevo subito un principio d’incendio nel reostato ed ero stata accantonata in attesa di demolizione.
Sentirsi trattata cosi non è per nulla piacevole; ma poi capii che per i vecchi non c’è altra strada che questa, quando si è fastidiosi ed inutili. Con ciò si dimenticava tutto quello che si era stati, tutta l’esperienza accumulata, e tutto quello che si poteva raccontare.
Intanto i giorni passavano. Ogni tanto, oltre il solito amico, vedevo altri individui che mi scattavano delle foto, e anche qualcuno che saliva sottraendomi qualche souvenir.
Poi un giorno osservai degli strani movimenti vicino le mie sorelle più in là. Uomini che salivano e scendevano, che guardavano con occhi attenti e che parlottavano fra di loro. Notai anche qualche spostamento di mezzi. Ero piena d’invidia, ma ormai rassegnata, quando alcuni di loro vennero anche vicino a me, e scrutandomi attentamente in tutti i miei dettagli, ammiccavano e facevano segni di approvazione. Non capivo ancora.Il giorno dopo ecco la spiegazione.
Grazie a quel binario morto vicino alla pompa di nafta e a quegli occhi indiscreti, ero rimasta integra nel mio antico splendore, ed ero stata prescelta per un misterioso viaggio. Tutte le mie sorelle che erano all’ombra di quei pini, erano state violate miseramente della loro bellezza da mani barbare.
Lo stesso giorno sfilai vicino ad esse. Ora mi rendevo conto di quello che veramente erano: cabine devastate, manometri, rubinetti, interruttori, cavi divelti; ferraglia ovunque; e mentre osservavo tale scempio, entravo nel capannone di officina, dove mi furono controllati il sistema frenante e l’olio alle boccole delle sale motori.
Alcuni giorni dopo, al traino di una locomotiva rividi lo scorrere dei binari, e il rincorrersi delle stazioni.
La fine del mio viaggio fu la stazione di Lecce, dove sul primo binario c’erano molte persone che mi aspettavano; e dopo una rapida manovra, entrai nel capannone di stazione; e qui potetti finalmente riposare.
Cosa ci facevo li. Non capivo ancora; ma ero meno preoccupata perché non si trattava dell’ultimo viaggio. Avevo più volte visto molte mie sorelle tenersi la mano con triste aspetto verso quel luogo che celebrava la loro fine.Io avevo viaggiato da sola, e anche ad una certa velocità.
Quelle persone che erano lì ad attendermi mi attorniavano con sorrisi, e facevano lunghi discorsi, che mi permisero finalmente di capire quello che mi stava succedendo.
Ero stata prescelta a fini museali. Fui certamente, soddisfatta di essere destinata a ricapitolare per sempre un passato; ero privilegiata e questo mi consolava abbastanza. Nelle intenzioni dovevo essere resa degna di essere presentabile e ascoltavo i tanti propositi per rimettermi in sesto.
In tanti mi venivano a trovare; e col passare del tempo i bei propositi restarono lettera morta; e intanto il mio aspetto andava sempre più decadendo.
Ricordo che mi venne a fare compagnia anche una vecchia vaporiera che alleviò la mia solitudine.
Passarono quasi due anni, e per tutto quel tempo mi sentivo sempre più depressa e prigioniera di un luogo dal quale, attraverso gli ampi finestroni, potevo vedere lo scorrere della vita.
Poi l’imprevisto. Era appena iniziata la primavera, quando incominciai a notare strani movimenti intorno a me. La piccola vaporiera andò via, e presto vennero a prendere anche me. Finalmente, pensavo, che era giunto il tempo dove andavo in un luogo più appropriato, meno angustio e buio.
Grande fu la sorpresa quando mi fermarono su un binario morto e incominciarono a fare le solite operazioni che presuppongono un nuovo viaggio. Infatti era proprio cosi. Un bel mattino, con tanto sole, vidi avvicinarsi ed agganciarmi una locomotiva diesel. Non riuscivo più a capire cosa mi attendeva. Se il museo doveva essere qui, io dove andavo?
Si parti al mattino tardi. Questa volta il tragitto era diverso. Infatti, dopo poco, si spalancò davanti a me in tutta la sua bellezza il primo seno del mar piccolo, con tutta intorno la città bimare. Ma il mio stupore fu che, prima, in una stazioncina, nelle tante soste fatte, feci conoscenza con una persona che io non sapevo essere l’artefice dei miei recenti viaggi, e in special modo di questo. Dopo un rapido passaggio nella sonnacchiosa stazione di Taranto, entrai di filata nel locale deposito locomotive.
Qui c’ero stata diverse volte quando giungevo nella città jonica al traino di notturni treni merce.
Ritrovai quella persona che parlottando con i manovratori mi fece sistemare su un binario all’aperto con fossa di visita.
Che ci facevo qui? Perché ero stata portata via da un luogo dove bene o male mi stavo adattando? Lo capii presto. Ero lì perché dovevo essere portata all’antico splendore e rimessa in ordine di marcia da un manipolo di appassionati di ferrovia.
Io lo sapevo che ce l’avrei fatta perché meglio di me nessuno sapeva del mio stato; e mi rendevo conto che quella persona sapeva più cose, e soprattutto era sicura di quel che faceva.
Nei mesi seguenti, iniziarono subito i lavori; fui sottoposta a una meticolosa sgrossatura delle ruote e del carro; poi toccò alle parti interne delle cabina A e B, con sverniciatura e smontaggio di tutte le sue parti. Particolare cura fu posta nella cabina AT.
Passarono tre mesi e i lavori avanzavano sempre più; come il caldo che qui al sud si fa subito sentire. E per questo che un giorno fui prelevata da dove ero e portata in un altro binario al riparo di una fresca tettoia.
Qui feci conoscenza con una splendida E 636, tirata a lucido in tutte le sue parti. Essa era sempre li vicino a me a sostenermi e fare compagnia.Vedevo i miei amici che avevano molta cura verso di essa; e spesso mettevano in funzione i trolley per farla sgranchire un pò.
Al termine dell’estate incominciai ad avere il mio originale maquillage; carro marrone,cassa isabella, tetto marrone e pantografi rosso segnale.Gli interni erano tutti isabella con parti in nero e sottotetto bianco. Il pavimento fu portato al legno originale. Bastava guardarmi per ripagare la fatica dei miei amici.
Ma ora veniva il difficile, la messa in funzione. Riconobbi subito un programma d’intervento preciso ed efficace.Vedevo alternarsi tanta gente esperta che davano ordini e suggerimenti per rimettere in funzione l’impianto pneumatico e meccanico,nonché quello elettrico.
Venne il giorno tanto atteso della verifica; a sostenermi era la solita E 636 e una D 445 che mi forniva aria compressa.
Inserite le batterie si fece le prova d’isolamento dell’impianto a bassa tensione;poi si olearono tutti i contattori, che furono mossi a mano dopo averli ben puliti. La stessa cosa fu fatta per i collettori e le spazzole dei motoventilatori e delle dinamo. Infine fu pompata aria nel circuito pneumatico e si iniziò a verificarne la tenuta. A questo punto si poteva azionare il circuito di comando e a muovere tutti i contattori attraverso l’inserzione serie-serie parallelo-parallelo.
Tutto procedette per il meglio, a parte qualche contatto poco efficace sulle elettrovalvole. La prima prova era superata. Ora occorreva quella ad alta tensione.
Dopo le opportune verifiche, arrivò quel giorno. Fu una data memorabile.
C’era molta agitazione intorno. Fui trainata sotto la linea a 3000 v, e dopo una verifica generale delle apparecchiature elettriche e pneumatiche e dei rubinetti vari, fu inserito il coltello del bipolare e data corrente al circuito di bassa tensione.Fu inserito il coltellino del motocompressore del serbatoio dell’aria dei trolley; l’ago del manometro si mise subito a muovere e agevolmente arrivò a quattro atmosfere.Fu data l’inserzione della leva alza pantografi. Il circuito era pieno di scorie e di condensa. Fu azionato il sistema delle valvole a spurgo che liberò ogni residuo, e alle 16,45 di un caldo pomeriggio d’ottobre, incominciò ad alzarsi il trolley n° 1, prima lentamente ,poi con decisione,rimettendomi in vita; poi fu la volta del trolley n°2. Furono subito azionati i coltellini dei ventilatori dinamo e dei compressori principali n°1 e n°2 .Lentamente, ma con passo deciso, iniziò il caratteristico ronzio da parte di queste apparecchiature. Non avrei mai pensato che un giorno sarebbe successo tutto questo.
Sentivo alcune voci che volevano che io mi movessi un poco, e tante parole di consenso e di approvazione. Tassativa fu la decisione a starmene ferma, per un controllo da parte dell’officina dei motori di trazione, per non incorrere in sgradite sorprese. Tra stop e rimesse in moto se ne andarono allegramente quasi due ore, al termine delle quali fui portata in officina sul binario rialzato.
Il giorno dopo, sempre di pomeriggio, era stabilita la prova di trazione.
Caricati i serbatoi dell’aria compressa, alzati i trolley, inseriti i compressori e i motoventilatori-dinamo e raggiunta la pressione ottimale; fatte le prove a freno, era tutto pronto per il grande momento.
Tra cineprese e macchine fotografiche, che dovevano immortalare l’evento, si realizzava quello che per me,ma anche per i miei amici,era un sogno.
Alle 16,26, dopo quattro anni dalla forzata inoperosità, muovevo le ruote con le sole mie forze, portandomi la fedele E 636, in posizione folle. Applausi, sorrisi, attestazione di gioia ci prese tutti. Anche alcuni locomotori in uscita azionavano lungamente i loro fischi.
Prima, seconda, terza tacca del maniglione d’inserzione faceva modificare la mia velocità. Poi azionamento dei freni, con rapido arresto, e con l’azionamento dell’invertitore di marcia, si fece ritorno al centro del deposito, verso il binario della “carbonaia”, in un susseguirsi di avanti e indietro.
Ero rimessa in ordine di marcia.
Il giorno dopo mi aspettava una uscita in stazione e una breve corsa prova .Con la mia inseparabile E 636, di buon mattino, tra il sibilo stridente e potente del mio fischio, facevo ingresso in stazione.
Ero orgogliosa dei miei amici, e mai avrei tradito il loro amore e la loro fiducia. Fui ricevuta sul 1° binario, e appena si sparse la voce del mio arrivo, vedevo uscire dagli uffici tanta gente curiosa di vedermi ed ammirarmi.
Poi con il solito ronzio dei motori e qualche fischio secco, feci ritorno in deposito, dove stanca, ma felicissima, riposai tranquilla.
Questa mia storia è una bella fiaba che ho potuto raccontare grazie a poche persone. Ma quante di noi hanno sperato, inutilmente, sul loro binario morto ad uno sguardo amico; e nobili del loro passato, sono andati incontro alla spietata indifferenza di molti.
La vita è cosi, soprattutto per noi.

Dott.Prof. ORESTE SERRANO

Presidente ATSP

 
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